DINO CAMPANA, IL POETA CHE VOLEVANO MATTO PER FORZA


Un uomo che ha sofferto l'infelicità dell'incomprensione: la "macchia indelebile" incisa sulla propria pelle.
Ad un certo punto della propria vita Dino Campana dirà: "mi volevano matto per forza, ed io ho fatto il matto: cosa potevo fare altrimenti?".
Fare il matto per accontentare le "malelingue paesane", essendo in verità già un po' "matto", per certi atteggiamenti fuori dalle righe, ma non tanto da finire in manicomio, dove morirà a 47 anni.
Vite nate male e finite ancora peggio, verrebbe da dire, altro non fosse che "splendide vite artistiche" hanno convissuto con la felicità e il dolore sino a quando hanno potuto, magari vivendo "molteplici individualità" e sempre - o quasi - con la consapevolezza dell'estremo - molte volte assurdo - patire umano. Il "panorama scheletrico del mondo", nello scritto "La notte", apre uno scenario apocalittico molto vicino alla realtà quotidiana delle cose.
Si nasce, si vive e si muore. Vale per tutti gli esseri umani: nessuno escluso. Nessuna vita è inutile, anche quando l'apparente fragilità di alcune esistenze farebbe immaginare il contrario.
Il grande Carmelo Bene, grande interprete della poesia di Campana, prima di iniziare le sue letture a teatro faceva una premessa al pubblico, affermando che campana era morto "dopo quarant'anni di manicomio".
Una volta qualcuno gli fece l'osservazione che gli anni di manicomio erano stati "soltanto" quattordici, ma lui scosse la testa sostenendo che gli anni furono proprio quaranta.
Possiamo forse dargli torto?